Memoria del transito di san Giovanni Leonardi – 12 Ottobre

Padre Francesco PetrilloOmelia del Padre Generale Francesco Petrillo OMD, in occasione della S. Messa presieduta in memoria del transito di san Giovanni Leonardi.

 

 

Parrocchia San Giovanni Leonardi, 12 ottobre 2013

La metodologia terapeuta di Gesù nella guarigione dei dieci lebbrosi. (Lc 17, 11-19) in san Giovanni Leonardi.

I vangeli sottolineano il fatto che Gesù cura i malati (il verbo greco therapeuein, “curare”, ricorre 36 volte, mentre il verbo iasthai, “guarire”, si trova 19 volte), e curare significa anzitutto “servire” e “onorare” una persona, averne sollecitudine. Gesù vede nel malato una persona, ne fa emergere l’unicità e si relaziona con la totalità del suo essere, cogliendo ne la ricerca di senso, vedendolo come una creatura capace di preghiera e segnata dal peccato, mosso da speranza e disposto all’apertura di fede, desideroso non solo di guarigione, ma di ciò che può dare pienezza all’intera sua vita. Il Gesù terapeuta manifesta che ciò che conta è la persona malata, ben più della sua malattia.


Incontrando i malati, Gesù non predica mai rassegnazione, non ha atteggiamenti fatalistici, non afferma mai che la sofferenza avvicini maggiormente a Dio, non chiede mai di offrire la sofferenza a Dio, non nutre atteggiamenti dolorifici: egli sa che non la sofferenza, ma l’amore salva! Gesù cerca sempre di restituire l’integrità della salute e della vita al malato, lotta contro la malattia, dice di no al male che sfigura l’uomo. Così Gesù, “medico della carne e dello spirito”, fa delle sue guarigioni un vero e proprio vangelo in atti, delle profezie del Regno.
Gesù Cristo è il terapeuta perché è l’incarnazione della salvezza di Dio.


Terapeuta, letteralmente, vuol dire curatore, ma i testi specificano che la cura posta in essere da Gesù ha una caratteristica in più perché risulta efficace, cioè porta alla guarigione.

L’aspetto terapeutico di Gesù è stato ripreso ultimamente da Anselm Grün. 1

Nel suo libro si concentra in tre modi di esprimere l’arte guaritrice di Gesù. In primo luogo nelle sue parabole: sono una vera e propria forma di “colloquio terapeutico”. Le parola di Gesù mirano ad aprire una nuova prospettiva sulla nostra vita.

L’arte di terapeutico di Gesù la scopriamo anche nelle sue parole, che la Scrittura ci tramanda. Le sue espressione non sono in prima istanza moralizzatori, bensì “risanati”, in quanto aprono le nostre orecchie e il nostro cuore per comprendere la genuina realtà della vita. Gesù vuole porci su un altro livello d’intendimento, dove le infirmante parole umane non ci raggiungono più, dove possiamo sentirci accolti da Dio.

Il potere risanante di Gesù si manifesta soprattutto nei racconti di guarigioni. Questi racconti devono diventare un invito affinché noi abbiamo il coraggio di presentarsi a Gesù con tutte le nostre ferite, confidando che quanto accadde in passato possa verificasi oggi. Gesù ha guarito i malati, gli storpi, i ciechi, i muti, i sordi e le persone possedute dal demonio. «Meditando sulle sue parole, approfondendo le innumerevoli occasioni in cui egli ha incontrato le persone, si è intrattenuto con loro e ha dispensato i suoi benefici, veniamo a conoscere la sua arte somma di medico e terapeuta, di curatore d’anime e guida spirituale».

Giovanni Leonardi, che presenta Gesù che si trascende, chi ci guida da malattia psico-fisica a quella spirituale, ha molto in comune con questa ottica che A. Grün ha sviluppato nella guarigione dei dieci lebbrosi di Lc 17, 11-19 nel suo libro.

In una scaletta di Lectio Divina, il protettore dei farmacista nel suo sermone c. 351 dedicato ai dieci lebbrosi, ci illumina sui metodi terapeutici di Gesù e ci sollecita con fermezza a intraprendere, sotto il suo sguardo amorevole, il nostro cammino di guarigione. “Abbiamo oggi, dice san Giovani Leonardi, spiegando il primo versetto di Lc 17, 11-19, molti buoni, salutiferi e santi documenti di grazie. Consideramoli con diligenza e poi eseguirle con prontezza”.

Quei “buoni, salutiferi e santi documenti di grazie” è già un prontuario sul cammino del divenire, con Cristo, sani e puri. L’incipit che apre il suo discorso è come un giorno pieno di sole. Incontrare qualcuno che ci fa del bene. Colui che “passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo” (Atti 10,38). Qualcuno che ci dà una opportunità a chi vuole fare la volontà del bene. Qualcuno che ci mette tutto perché conseguiamo il tesoro della vita. Con queste parole il patrono dei farmaceutici che ci conduce ad intraprendere un incontro tra due persone che richiedano apertura e una particolare atmosfera di fiducia, di incontro, di attiva collaborazione. L’incontro terapeutico di Gesù stabiliva “una giornata di sole che sempre conferisce benessere” tra il terapeuta e il cliente, tra il medico e la persona malata.

Questa prima nota positiva è seguita dalla seconda attitudine che il terapeuta deve avere da subito: l’accoglienza. Commentando il versetto Lc 17, 12: ”Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi”, così dice il Leonardi: “Notate bene di saper prendere l’occasione quando vengono, di subito. Come quelli lebbrosi che, prima che Cristo entrasse, li gridano dietro; poi non più haverano potuto. Come chi volesse dar’ una supplica a’ un signor che passasse e poi non più ripassatone. Così noi, pigliar’ l’occasione delle operazioni, delle predicazioni e di questa vita, etc, perché:“entrato lo sposo, e la porta fu chiusa”. (Mt 25, 10). Et abusiamo la pazienza di Dio che ci aspetta: “o ti prendi gioco de la ricchezza della sua bontà, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione?”. (Rom 2,10)

Gesù si lascia coinvolgere profondamente con le situazione dei malati che incontra, si fa loro “prossimo”. “Le guarigioni da lui operate avvengono sempre nel clima umanissimo dell’incontro. In prima istanza, non è la metodologia che guarisce, bensì la partecipazione schietta e comprensiva del terapeuta alla situazione di chi si affida alle sue cure. Gesù mette la persona nella condizione di confrontarsi con la propria malattia”.2

I lebbrosi all’epoca erano soliti scappare se qualcuno si avvicinava loro oppure suonare il campanello per avvertire della loro presenza per il pericolo del contagio, invece “gli vennero incontro”!!! Quando si trova una persona capace di trasmettere gioia divina, pace, consigli sapienti o ascolti profondi, amore insomma, tutti accorrono da loro.

Nel cammino di conversione verso Cristo, porta a riconoscere la propria deformità, la propria distanza dal figlio dell’Uomo. La struggente invocazione di aiuto dei lebbrosi è, per san Giovanni Leonardi, una “salutifera oratione, perché primo il siano salvi, poi venne il conforto”. In chi si compie questo sincero riconoscimento, prorompe necessariamente la richiesta di pietà, che rimane l’unico atto possibile: è proprio nel riconoscimento di ciò che si è senza maschere che la distanza si riduce e si crea lo spazio per la Grazia, la Grazia vede e ascolta, Gesù è maestro, aiuto per i suoi discepoli, insegna ciò che occorre fare.La guarigione avviene solo quando la persona accetta di incontrare se stesso, con le sue paure, la fragilità, l’incapacità ad aiutarsi da sé. Mettere tutto in discussione, la propria nudità, il bisogno di farsi aiutare, di essere presi per mano per perché, altrimenti, dice il Leonardi, il peccato, la malattia che abbiamo addosso, “ci farà mordere”. “Ci sembriamo più simile ad una cornacchia che combatte con le unghie. Questa si lancia contro qualcuno e lo morde, ma poi questo, infastidito, la piglia e la sbrana”. L’uomo oppresso solo conosce la sua miseria, così commenta Leonardi il cap. 7,20 di Giobbe, che si vede oppresso. Il camino di guarigione comporta anche sempre un nuovo orientamento, una nuova prospettiva di vita, un nuovo modo di stare in relazione con se stessi e con gli altri.

Ma san Giovanni Leonardi radicalizza ancora di più la malattia, vedendovi in essi non solo i lebbrosi, ma ogni sorta di peccato che ci mette tutti in pericolo di contagiarsi.

Arriva persino a denunciare il “fermento” che provoca il “fermentato”. “Questi lebbrosi, dice san Giovanni Leonardi, stavano lontani e separati per non infettare gli altri. Del togliere l’occasione del peccato in noi e negli altri. Che Dio non voleva che per sette giorni si tenesse non solo il fermentando, ma, secondo la frase caldaica, il fermento ancora, per togliere l’occasione.” “Quanti uomini si guardano da varie cose che li possano contaminare di mali, come la peste bubbonica! Perché non dai peccati? Si guardano gli uni di non infettare gli altri, ma nel vizio fanno tutto il contrario”. Il fermento è la ferita primordiale che ci fa deviare da Dio, dalla sua condizione di creatura. La terapia che Gesù attua verso questi malati è perciò più profonda, più esigenza e li restituisce alla gioia di vivere, “per ottenere i salutari effetti”. Per i lebbrosi, Dio ordinava che si cavassi perfino i sassi delle loro case, prima che Mosè ed Aronne entrassero in Canaan. Il sacerdote, dopo aver visto che la macchia si è allargata sulle pareti della casa: “Farà raschiare tutto l’interno della casa e butteranno i calcinacci raschiati fuori di città, in luogo immondo” (Lev 14,40). La venuta di Gesù è veramente un atto nuovo, una nuova creazione. Un distruggere la casa contaminata dal peccato, per farci vivere in una casa libera dal male.

Stupenda l’espressione del Leonardi che scrive: “Dio è precipitoso, cioè che possa percepire la febbre”. È medico che sa guardare più profondamente il nostro cuore, sa scoprire i febbricitanti sintomi che noi lasciamo. Gesù aveva preso in serio la loro supplica che lo supplicavano per il corpo, ma, allo stesso tempo, aveva visto la febbre spirituale che portavano in se. “Orarono con tanta efficacia, con tanta fede, con tanta umiltà che, fermatisi a distanza, e con tanta fiducia alzarono la voce, dicendo: abbia pietà di noi. E quel benigno Signore li guardò”. Li “vede”, ma non si tratta di uno sguardo esteriore, superfeciale: è un vedere che esprime accoglienza e partecipazione. Insiste su questo verbo che è profondamente marcato dalla sua esperienza di Cristo: “Fate attenzione che l’evangelista insiste che li vide. Quasi che prima non l’avessero visti? Non è lui Dio? Non vede il tutto? Si certamente ma…ora li vide con l’occhio della pietà. E li vide. E, vedendoli, li concesse una certa disposizione alla fede, speranza e carità”.Infatti, la salvezza non è solo guarigione,

ma fondamentalmente un rapporto con Gesù, riconoscerlo e accoglierlo nella propria vita. La salvezza è la sua presenza. Pensiamo all’episodio di Zaccheo (Lc 19,9): Oggi per questa casa èavvenuta la salvezza. Non è avvenuto niente di speciale, di straordinario. Solo, Gesù è entrato nella casa di Zaccheo. Questa è la salvezza.

La reazione di Gesù alla supplica dei lebbrosi è così descritta: « Gesù disse: Andate a presentarvi ai sacerdoti. E mentre essi andavano, furono sanati» (v. 14). Nel comando di Gesù è implicita la promessa di guarigione, dal momento che spettava ai sacerdoti riconoscerla e dichiararla ufficialmente (cfr. Lv 14). Il fatto di obbedire alle parole di Gesù indica chiaramente la loro fede: di conseguenza essi sono guariti mentre sono ancora in cammino.

Ma perché, ci interroga il santo farmacista, che li manda dai sacerdoti e non da un medico?

Perché la lebbra era simbolo del peccato la cui discrezione appartiene ai sacerdoti. Non li sana subito per provare la fede loro”. San Giovanni Leonardi vuole certamente far risaltare l’abbandono fiducioso di quei lebbrosi. Essi hanno pregato (Gesù, maestro, abbi pietà di noi). Essi hanno fiducia. La guarigione sembra quasi un dono per la loro fiducia. Che fiducia abbiamo noi nel Signore? Ci abbandoniamo o abbiamo sempre bisogno di verificare?

Il racconto dei lebbrosi invita i credenti e i non credenti a non verificare continuamente. Se ci pensiamo bene, abbiamo bisogno di avere tutto sotto controllo. Per il credente non deve essere così. Gesù ci insegna che il dono di sé non ha calcoli. Dalla croce, Gesù ci insegna che la fede è obbedienza e abbandono alla volontà di Dio. A questo proposito i lebbrosi ci indicano la strada che ogni credente dovrebbe percorrere.

Essi hanno obbedito prima divedere; partono prima di constatare. La guarigione avvenuta sembra quasi un dono per la loro fiducia. Alla luce della Pasqua, anche le nostre guarigioni (non fisiche, ma interiori) possono avvenire. Dipende da noi come le chiediamo e che fiducia abbiamo nella salvezza che Gesù Cristo ci ha donato.

Oh esempio di santa obbedienza perfetta! In un ora, in un punto opera con perfezione. Vedete qui una obbedienza integra, che non varia un poco et un poco, non semplici. E non fanno replica alcuna. Pronti che don danno luogo argomento o tentativo alcuno, et perseveranti infin al fine. E però non è meraviglia se sentirono il frutto della obbedienza, perché dalle croste si riguardano e si trovino mondi”.

Giustamente Grün ha confermato che questo racconto, ci illumina ulteriormente sui metodi terapeutici di Gesù, fondati su un’obbedienza quotidiana: “Egli indirizza i lebbrosi sulla via prescritta dalla legge e dalla religione. Così deve fare anche una guida spirituale: non indicare o chiedere al suo assistito prestazioni straordinarie, ma incoraggiarlo a vivere la propria quotidianità secondo le norme e le consuetudini suggerite dalla sua tradizione di fede, sia fedele alla preghiera del mattino e della sera, osservi i tempi e i rituali della sua religione; non si senta obbligato a fare alcunché di straordinario. Su questo percorso, assolutamente normale, avverrà la sua trasformazione. E quando questa si sarà compita, non dovrà fare atro che rivolgersi a Dio e rendergli lode”.3

Ma questi lebbrosi, continua san Giovanni Leonardi, non havevano havuto maestri, et non di meno vedete come obbediscono semplicemente. Felici al mondo e talli penitenti se facessero come questi lebbrosi. Ognuno vuol essere maestro. Si, alli sacerdoti si doveva andare”.

L’uomo può ancora cadere nella superbia, nell’illusione di credersi l’artefice della propria ricerca, il riferimento ultimo del proprio percorso. E’ ancora possibile cadere, dimenticarsi, perdere il contatto con ciò che ci ha riportati alla Vita. Quindi la conversione è processo continuo, un percorso di autoconoscenza e di riconoscenza che si approfondisce e si specifica ogni volta, scoprendo in Cristo l’orizzonte infinito capace di aprire l’essere umano ad una dimensione eterna e vera, solo verso Lui il mio essere va riportato. Cristo mostra alla persona umana la possibilità della bellezza, della integrità, della dignità autentica, quel dono incommensurabile di essere Figlio di Dio.

Il samaritano non soltanto ha lodato Dio, ma è tornato indietro e si è gettato ai piedi di Gesù, ringraziandolo. Questo ha capito qualcosa del mistero di Gesù: ha intuito che il dono è giuntoattraverso il suo incontro. Così comprendiamo anche le parole conclusive: Alzati e va; la tua fede ti ha salvato. Anche gli altri nove hanno avuto fiducia, ma non ancora vera fede. Vera fede è, infatti,riconoscere chi è Gesù. È importante che anche gli altri nove sono stati guariti, ma solo ilsamaritano è dichiarato “salvato”. Un conto è la guarigione, un conto è la salvezza. La salvezza

evangelica avviene soltanto quando il cuore si apre alla conoscenza di Cristo: una conoscenza che rinnova e pone in cammino: Alzati e va.

Per san Giovani Leonardi esso significa qualcosa di più: il samaritano, e lui soltanto, percepisce il significato salvifico della guarigione ottenuta. Degli altri non si dice nulla: presumibilmente essi continuano il loro viaggio verso Gerusalemme, così come aveva ordinato loro Gesù.

Raccontando il ritorno del samaritano che riconosce il dono ricevuto da Dio per mezzo di Gesù e le parole che questi gli ha rivolte il farmacista santo di Diecimo, vuole mettere in luce l’importanza della fede per conseguire la salvezza: il dono della guarigione diventa infatti veramente efficace solo quando ne è riconosciuto l’autore, perché solo così possono venire attivati rapporti nuovi che cambiano radicalmente la vita di una persona.

P. Francesco Petrillo

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(note)

1A. Grün, Gesù il terapeuta, Ed. San Paolo , 2012.

 

2A. Grün, Gesù il terapeutico, pag. 135

 

3A. Grün, Gesù il Terapeutico, pag. 103.